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Nel nostro “peregrinare” nel business agroalimentare con specifico riferimento ai Paesi dell’EAST Asia, ci piace riportare alcuni stralci di indagini fatte in questi ultimi due anni, comunque prima che la pandemia da Covid19, stravolgesse le nostre abitudini.

Crediamo che molte sbagliate convinzioni condizionino le scelte degli imprenditori e rendano “mitica” la scelta di investire a quasi diecimila chilometri di distanza dal nostro Bel Paese.

Si è parlato spesso della Cina negli ultimi anni, mercato in espansione dalle caratteristiche peculiari. Una nazione dove i consumatori hanno gusti ben precisi e sanno ciò che vogliono. Sì, quando lo sanno però.

7 persone su 10 in Cina non conoscono i prodotti italiani ed il nostro decantato vino rientra fra questi.

Da un estratto dell’indagine dell’Osservatorio Paesi Terzi di Business Strategies sul posizionamento del made in Italy in Cina risulta infatti che quasi 7 intervistati su 10 delle metropoli cinesi non siano infatti in grado di citare alcun simbolo di made in Italy, sia che si tratti di cibo, di vino, di moda di auto o di design. Guardando un po’ di numeri, la Ferrari, al 18% è il prodotto/brand di gran lunga più conosciuto dall’upper-class cinese, seguito da pasta al 10%, Gucci al 9%, Barolo e Fiat al 5% e Armani al 4%

Questa percentuale aumenta a dismisura quando parliamo di ceti più bassi, con difficoltà di raggiungere economicamente il prodotto italiano, o di regioni meno sviluppate.

Notizie più rassicuranti arrivano dall’indagine Percezione e posizionamento del made in Italy in Cina, secondo la quale le intenzioni di acquisto dichiarate dai consumatori prevedono un aumento della spesa nei prossimi 2-3 anni di prodotti italiani in particolare per cibo, vino e moda. In generale la curiosità verso “nuovi prodotti italiani a oggi non disponibili” è alta, soprattutto per il cibo (51%) e la moda (45%), seguiti da vino e arredo (29%) e l’auto (17%).

Il peso dell’Italia sul totale delle importazioni cinesi è ancora minimo: con un valore di 20 miliardi di euro, il made in Italy vale infatti solo poco più dell’1% del totale delle importazioni cinesi e occupa il 22° posto nella classifica dei Paesi fornitori. Una quota di mercato che si abbassa ancora di più se si considera il solo import agroalimentare, allo 0,5%, (meglio va il vino con il suo 6% della produzione totale).

C’è spazio e c’è voglia di made in Italy ed i consumatori sono curiosi, ma per tradurre questo gap di conoscenza in potenziale dobbiamo imparare a raccontarci a partire dal prodotto. Occorre passare, in termini di marketing, dal “Fare” all’”Essere”, ed identificarci in un contesto unico ed inimitabile.

Nell’analisi sulla perception tra Italia, Giappone, Usa e Francia, l’aggettivo/immagine riservato al Belpaese è quello della “passione”, mentre il Giappone si distingue per “cultura/tradizione”, “qualità”, “salute/benessere” e “risparmio”. In generale l’affermazione dell’unicità dello charme francese è palese e si evidenzia nell’ “estetica/bellezza”, “stile/eleganza” e “status symbol/lusso”. Agli Stati Uniti, invece, viene associata l’immagine di creatività e dell’innovazione. 

Occorrono quindi tempo e risorse per creare un “sistema” che elevi e differenzi il prodotto Made in Italy rendendolo attrattivo ad una maggior parte di pubblico cinese, evidenziandone gli aspetti ed i contesti in cui è prodotto ma, allo stesso tempo, inserendolo nei mercati in maniera che sia accessibile ad una parte importante del mercato, che è quella rappresentata dai giovani over 25enni e degli imprenditori.

Partire dalle città simbolo come Shanghai per poi arrivare a quelle regioni ancora per la gran parte inesplorate ma con grandi potenzialità di sviluppo.

Valorizzare il prodotto con azioni specifiche in loco ma non disdegnare anche il crescente sviluppo del e-commerce e delle opportunità digitali in genere (soprattutto post Covid19), strumento molto apprezzato dal popolo cinese, che fa della tecnologia un plusvalore nelle scelte di acquisto.

Chiaramente investimenti e tempo sono i due fattori che influenzano maggiormente i possibili investimenti delle imprese che vogliono affrontare questo mercato nei modi sopra descritti. La possibilità di operare in Reti di Impresa o Consorzi rende fattibile questa strada anche a chi, da solo, non avrebbe i mezzi per farlo.

È indubbio il ruolo che i Commercialisti possono svolgere a favore di un Cluster come quello del Made in Italy è fondamentale per la crescita del Pil e dell’intera economia. Un ruolo che può essere determinante sia nella fase di analisi e proposta delle policy utili alla crescita e allo sviluppo delle imprese coinvolte, sia nella fase di accompagnamento degli operatori che chiedono con sempre maggiore insistenza servizi consulenziali specialistici.

L’esigenza di una risposta sistemica anche per i cluster turistico-culturali, ad esempio, può portare a nuove aggregazioni, sfruttando i contratti di rete ma anche i consorzi nella forma privato/pubblico, con il fine di infrastrutturare i sistemi produttivi organizzandoli al meglio.

L’orientamento da parte del Governo ad agevolare questa tipologia di operazioni può dare il via ad una serie di operazioni coordinate che possono aiutare le imprese ad individuare nuovi percorsi per una ripartenza ed uno sviluppo che perduri nel tempo.

Andrea Meucci _

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