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  • Il mondo imprenditoriale alla ricerca di un nuovo modello di capitalismo, tra etica e sviluppo duraturo
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Ha destato clamore in Italia e nel mondo la pubblicazione, nel 2019, del documento “Lo scopo dell’impresa” della Business Roundtable1 (Stati Uniti d’America). Una tavola rotonda di 181 uomini d’affari e non, tra i più influenti nell’economia e nella finanza, non solo americana. (1 Business Roundtable è un’associazione senza fini di lucro che, dal 1978, raccoglie i CEO delle 181 aziende più importanti negli USA; i dipendenti delle 181 società insieme superano i 15 milioni di persone.)

Per la prima volta nella vita di questa associazione, tutti i firmatari affermano che, accanto al profitto a favore degli azionisti, occorre perseguire anche gli interessi di altri stakeholder (dipendenti, fornitori, consumatori, comunità locale). La grande impresa, quindi, si interroga sul proprio ruolo sociale e dichiara l’intenzione di non voler più considerare come suo unico obiettivo il solo profitto, ma di voler includere nella propria vision anche la “protezione dell’ambiente” e la “dignità e il rispetto del lavoro”, dei consumatori, dei fornitori e delle comunità locali.

Siamo di fronte a una svolta etica 

In pratica, si è trattato di un vero e proprio proclama che dovrebbe sancire il tramonto delle teorie economiche proprie del capitalismo classico, secondo le quali la responsabilità sociale delle imprese consiste esclusivamente nella massimizzazione del profitto.

I giudizi sul documento statunitense sono stati vari, positivi e negativi, ma, di fatto, come affermato dal “Financial Times” e da molti commentatori italiani, siamo di fronte ad una presa di posizione che costituisce, almeno a parole, una vera e propria svolta etica nella filosofia economica delle principali aziende statunitensi e mondiali. 

Non solo teoria: gli impatti sulle aziende

Degli effetti concreti, però, ci sono e si stanno già manifestando, come, ad esempio, sul tema della valutazione d’azienda. Ebbene, pur ribadendo la centralità del metodo dei flussi di cassa scontati, le teorie su tale argomento stanno considerando sempre più anche altre variabili che impattano sul costo del capitale, nuovi fattori di rischio come quelli relativi alle variabili di governance di sistema, di sostenibilità, o per dirla in una terminologia attuale, di Environmental, Social and Governance (ESG). 

Ulteriori effetti, destinati ad aumentare nel tempo, riguardano l’accesso al credito, la partecipazione ad appalti pubblici, la verifica del rispetto dei criteri ESG all’interno delle filiere clienti/fornitori, sia come parte attiva ma anche passiva: si pensi al caso in cui l’azienda sia fornitrice di una grande impresa, obbligata per norma, o di una che per scelta adotti un modello di gestione sostenibile, che imponga l’adozione di sistemi di gestione per la sostenibilità come criterio di scelta dei propri fornitori per l’approvvigionamento di beni e servizi.

Effetti delle strategie ESG secondo gli studi dell’Università La Sapienza e della Cerved Rating Agency

Allora, perché la sostenibilità? Al di là di scelte etiche o di opportunismo, la sostenibilità fa bene alle aziende, al business, al territorio e alle persone, che a vario titolo, interagiscono con l’organizzazione sostenibile, siano essi dipendenti, dirigenti, clienti, fornitori, terzi.

A confermarlo sono due ricerche indipendenti condotte nel 2022, quella dell’Università La Sapienza di Roma e quella di Cerved, che dimostrano, anche da un punto di vista logico e razionale, senza implicazioni emotive, che esiste un legame stretto tra sostenibilità e rischio di credito delle imprese.

Più l’azienda abbraccia con convinzione le strategie ESG, minore è la probabilità di fallire. A questa conclusione giunge lo studio dell’Università La Sapienza di Roma dal titolo: “Be good to be wise” (Essere buoni per essere saggi). 

Il Report “Italia Sostenibile” di Cerved, invece, evidenzia che le PMI attente agli ESG hanno un rischio di default cinque volte inferiore.

Esiste un legame stretto tra sostenibilità e rischio di credito delle imprese. A metterlo in evidenza è la ricerca di Cerved Rating Agency, che ha analizzato oltre 18 mila società italiane e un numero consistente di aziende straniere. Una correlazione valida, in generale, per le aziende di qualsiasi dimensione, ma che diventa più forte per le piccole e medie imprese.

Le PMI con valutazione ESG bassa hanno in media una probabilità di default dalle due alle cinque volte superiore a quella delle più virtuose.

Ad esempio, nelle piccole imprese si va dal 7,25% di probabilità di fallire di chi non è sostenibile all’1,55% di chi invece lo è, mentre per le aziende medie e grandi che hanno un rating ESG la forbice va dal 3% allo 0,9% rispettivamente.

L’impresa viene, quindi, sempre più percepita non più come un soggetto avulso dalla società, ma come un organismo che ne fa parte a pieno diritto. La conseguenza logica è che anche il valore dell’azienda, quindi, dipende dall’implementazione o meno di sistemi di gestione per la sostenibilità, dalla corporate social responsability alla corporate citizenship (Mayer, 2018), sia da quello relativo alla genesi e all’evoluzione delle norme (Pistor, 2019), nonché da quello che possiamo ritenere strettamente connesso ai ranking ESG: il valore intrinseco (fair value) dell’azienda è quindi connesso anche alla “reputazione” ed è sempre più distante dal mero valore contabile (book value). 

L’avvento dello Stakeholder Capitalism 

Il quadro generale di riferimento è senza dubbio quello di un nuovo modello di capitalismo che sembra prendere sempre più quota, lo Stakeholder Capitalism, rispetto al modello dello Shareholder Capitalism che ha rappresentato la scuola di pensiero dominante nell’ultimo secolo.

Lo Stakeholder Capitalism è un’ulteriore evoluzione del concetto di capitalismo che aggiunge una nuova dimensione al modello attuale, con l’obiettivo di coinvolgere tutte le parti interessate dall’attività di un’azienda considerando la sostenibilità nell’ottica di creazione di valore condiviso.

L’attività dell’imprenditore, del manager, dell’investitore è divenuta più difficile e più complessa, poiché la sfida è quella di garantire il successo e la crescita duratura dell’impresa nel lungo periodo nel proprio ambiente di riferimento, più che l’interesse dei singoli shareholder e stakeholder del momento.

La responsabilità sociale delle imprese non dovrebbe più consistere esclusivamente nell’aumentare i profitti.

Sostenibilità, da leggere correttamente come sviluppo duraturo e, a determinate condizioni, esponenziale delle aziende, non solo come scelta etica, ma come opportunità per generare valore e resilienza delle organizzazioni nel frenetico divenire dell’attuale contesto di mercato.

La sostenibilità, però, non è uno slogan o una ricetta standard, né tantomeno un protocollo asettico da seguire, ma deve partire sempre da un sentimento e da una necessità etica di ogni singolo attore, un bisogno e un’opportunità che dovremmo avvertire tutti.

Come ha acutamente evidenziato l’arch. Piero Meogrossi, noto per aver riletto l’identità topografica e architettonica nascosta sopra la Forma Urbis Romae e cultore del Neo-Antico, il bisogno di recuperare la connessione tra mente e territorio in una visione globale e locale, la necessità di divenire “consum-attori” consapevoli, di recuperare un’economia in base al significato etimologico del termine, oikos (casa) e nomos (norma, legge, misura), e di coniugare, disciplinandolo, la remunerazione di tutti i fattori produttivi con la limitatezza delle risorse e dei beni di fronte alla illimitatezza dei bisogni, devono essere recuperati dal passato per consentire di interpretare l’evoluzione del presente verso il futuro. 

Le radici dell’etica della sostenibilità nella cultura ellenica 

Dobbiamo ricordare, tra l’altro, che l’etica della sostenibilità non è un concetto moderno importato da oltre oceano, ma è un principio che appartiene alla storia della nostra cultura di matrice ellenica, che è insita nei nostri modelli culturali e comportamentali, e dev’essere solo riscoperta.

Sul tema, è illuminante l’intervento del Presidente di Saipem, Francesco Caio, che in un’intervista a Il Sole 24 ORE ha specificato: «Noi italiani, per storia e ambiente, abbiamo una marcia in più nel valore sociale di impresa. Possiamo giocarcela alla pari con tutti, perché noi abbiamo molto da dire quando si parla di uno scopo». È chiaro il riferimento all’insegnamento e all’esperienza di Adriano Olivetti sul modello aziendale human-based.

Attingendo dalla nostra storia della filosofia, possiamo ritrovare le metriche con cui affrontare, implementare e sviluppare consapevolmente il cambiamento, agganciando l’esperienza del mondo antico alle esigenze di quello moderno, per realizzare il soddisfacimento dei nostri bisogni senza compromettere quello delle generazioni future. 

Tale concetto è approfondito dal premio Nobel per l’economia Amartya Sen, economista e filosofo, noto per le sue teorie rivoluzionarie sui legami tra indicatori economici, uguaglianza, libertà e inclusione delle persone, che ci invita a considerare l’importanza della “Libertà sostanziale sostenibile”, ossia la libertà di scegliere cosa fare della propria vita dando alle generazioni future la possibilità di godere della medesima libertà di cui godiamo noi oggi. Nell’impegno e nella ragione di quanti disegnano nuovi modelli produttivi rivolti a soddisfare consumi sempre più differenziati, emerge sia la conoscenza sia l’impegno per perseguire la libertà sostanziale sostenibile narrata dagli SDGs.

Parlare di etica della sostenibilità senza ancorarla alla matrice e alle metriche filosofiche è come parlare una lingua senza apprendere la grammatica: si comunica senza conoscere le regole linguistiche e le parti del discorso. Esse vanno quindi ricercate, adattate e utilizzate partendo dai paradigmi filosofici: gli altri per il bene comune; il presente come conseguenza del passato e fondamenta del futuro; il dominio delle emozioni per superare il desiderio egoistico; l’io che prende coscienza della sua libertà e che non agisce se non facendo coincidere la propria ragione con la Ragione della Natura universale. Si tratta, quindi, di superare la cura egoistica di sé, per innalzarsi al punto di vista della Ragione, comune a tutti gli uomini, e dunque volere ciò che è utile al bene comune.

Connettere la mente al territorio è connettersi al moto della Natura, che trasforma incessantemente le cose “perché il mondo sia sempre nuovo”.

Il concetto di andare oltre la visione individualistica viene suffragata dalle teorie dello stesso Sen, il quale afferma che bisogna muoversi quasi da archeologo, iniziando ad operare un vero e proprio lavoro di “scavo normativo” sulle fonti teorico-politiche che situano l’economia nell’alveo del pensiero politico antico e moderno, per denunciare quanto «la natura dell’economia moderna abbia subìto un sostanziale impoverimento a causa della distanza venutasi a creare tra l’economia e l’etica».

Seguire l’insegnamento del passato sull’etica significa accettare la dottrina secondo la quale ogni virtù è conoscenza e ogni vizio ignoranza, significa, in ultima istanza, divenire di per sé “sostenibile” e di conseguenza vivere spontaneamente la responsabilità sociale e della governance.

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