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Un approccio sistemico alla sostenibilita

Un cambiamento epocale 

Per attitudine siamo sempre propensi a pensare che le crisi prima o poi passeranno, per cui tendiamo a non affrontare i veri nodi che le hanno determinate e caratterizzate, con la conseguenza che procrastiniamo gli interventi necessari per mitigarne le cause e gli effetti. In breve, tendiamo a mettere la polvere sotto il tappeto. Si tratta di un errore di prospettiva non di poco conto, in quanto ciò che sta avvenendo nella società (maggiore consapevolezza dei cittadini-consumatori sia nei confronti dei prodotti e servizi sia nei confronti dei cambiamenti climatici, Direttive e Regolamenti europei, stabilità monetaria, tecnologia, globalizzazione, crisi economica e crisi geopolitica) sta modificando velocemente l’intero contesto. Per dirla con Papa Francesco «non è un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca». Alla luce di questo, le imprese che non comprenderanno la necessità di questo cambio di passo e non si riposizioneranno su questa nuova traiettoria saranno destinate a un inesorabile declino, in quanto continuare a operare come se nulla fosse, equivarrà al cercare di camminare in avanti con la testa rivolta verso l’indietro.

Poiché la speranza, come insegnano gli Anglosassoni, non è una strategia e visto che un’impresa dotata solo di creatività nel lungo periodo esce sempre perdente dal confronto con un’impresa organizzata in modo sistemico, diciamo subito che sostenibilità (intesa come dimensione ambientale, dimensione sociale e dimensione economica) in senso stretto vuol dire imprese organizzate con una chiara strategia di medio-lungo periodo che operano nel rispetto dei principi ESG (Environmental, Social and Corporate Governance). Si può dimostrare in modo empirico, anche se ciò dovrebbe essere piuttosto ovvio, che le imprese più strutturate e organizzate sono anche le più competitive rispetto a quelle la cui navigazione è condotta più o meno a vista del giorno per giorno.

È fondamentale evidenziare che operare in una logica di sostenibilità vuol dire spostare l’attenzione, e i conseguenti tangibili e intangibili benefici, dagli shareholder agli stakeholder. 

A chi appartiene l’impresa?

La sostenibilità di fatto introduce un concetto innovativo e per certi aspetti dirompente rispetto alla cultura corrente, ovvero pone indirettamente la domanda: «a chi appartiene l’impresa?». Appartiene agli azionisti cioè ai conferenti il capitale di rischio o a tutti i diversi portatori di interesse? L’ovvia, ma non scontata, risposta è che appartenga a entrambi; da qui l’interesse affinché un’impresa crei valore per tutte le parti interessate nel lungo periodo, poiché un’impresa che fallisce distrugge valore e le conseguenze del fallimento ricadono su tutti gli stakeholder. Come sappiamo, il sistema industriale italiano, per oltre il 90%, è composto da imprese con un numero di dipendenti inferiore a dieci. Analizzata da questo punto di vista, ben si comprende la necessità e l’urgenza di fare in modo che queste imprese comprendano l’importanza della partita che si gioca sulla sostenibilità.

Come farlo comprendere è una questione che riguarda sicuramente le Istituzioni, ma anche le Associazioni e i Sindacati. 

Un po’ di storia 

Il percorso per arrivare alla sostenibilità, così come è intesa oggi nelle sue tre dimensioni, è stato lungo e articolato ed è partito oltre quarant’anni fa. Per molto tempo quella che fino a poco tempo fa veniva chiamata Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) era percepita puramente come un fatto filantropico e questa visione era fortemente supportata anche da robuste teorie economiche per le quali tutte le attività non strettamente legate al business, come la responsabilità sociale o ambientale, erano ritenute non essenziali e non utili al miglioramento della bottom line, infatti erano viste come un appesantimento e come l’aggiunta di inutili costi. All’interno di questa logica, ha prevalso per lungo tempo la sola dimensione economica (remunerabilità del capitale di rischio) a discapito delle altre due dimensioni (ambientale e sociale).

Nel 1998, la rivista Fortune pubblica un articolo sulle prime cento società più attrattive per il contesto lavorativo, che dimostrava la stretta correlazione esistente tra le ottime performance economico-finanziarie ottenute dalle imprese considerate nell’analisi e la loro attitudine a lavorare secondo i principi della RSI. In particolare, nell’analisi veniva evidenziata la forte correlazione esistente tra i risultati e le performance economico-finanziarie, sociali e ambientali e la governance delle imprese analizzate, sottolineando come il miglioramento di quest’ultima avesse ricadute positive su tutta l’impresa; in altre parole, la governance come pietra angolare dei risultati complessivi. Da questo filone nasce nel 2002 alla City di Londra un gruppo informale di consulenti (bancari, fiscalisti, legali, assicurativi, NGO) noti come The Virtuous Circle. Il loro scopo era analizzare le società quotate per indirizzare gli investimenti della borsa londinese verso quelle virtuose in termini ambientali e sociali e che avevano una trasparente e robusta governance.

Nel 2006 viene pubblicato l’articolo “Beyond Dichotomy: The Curvilinear Relationship between Social Responsibility and Financial Performance” che avrà molta influenza sull’evoluzione della RSI. Gli autori dimostrano come le performance economiche di un’impresa non sono in antitesi con l’attenzione verso i temi sociali e ambientali, concludendo che esse sono due facce della stessa medaglia, quindi complementari. 

Sostenibilità è responsabilità 

Il precursore di questa evoluzione della RSI, che ha portato ai principi ESG, è Amartya Sen, Nobel per l’Economia nel 1998, considerato a tutti gli effetti il padre della sostenibilità. Sen è stato tra i primi, se non il primo, a sostenere come la performance economica delle imprese non è disgiunta dalla loro performance sul fronte ambientale e sociale, individuando nell’etica lo snodo fondamentale per conciliare la giusta attenzione verso il profitto, rispettando al contempo l’ambiente e l’inclusione sociale.

Sen, con i suoi studi, pone l’accento sul fatto che la gestione di un’impresa, secondo i principi ESG, non può avvenire se non attraverso l’acquisizione di una chiara etica della responsabilità da parte dei gestori dell’impresa e dei suoi azionisti, responsabilità intesa come precisa volontà di tutti gli attori economici di mettere al centro del proprio modo di agire una serie di valori, individuali e collettivi, intesi come attenzione verso le ricadute (prevedibili) delle proprie azioni. 

Sostenibilità come strumento di competitività

Il problema che si pone per il sistema delle imprese, ma non solo, è come accelerare la consapevolezza affinché esse, e in particolare le PMI, adottino i principi ESG come modello di business per la gestione, in quanto la sostenibilità, se adottata, diventa automaticamente, allo stesso tempo, anche strumento di competitività nel medio-lungo periodo. Come far in modo che la sostenibilità diventi patrimonio genetico delle imprese è un tema centrale che dovrebbe stare a cuore alla politica e a tutti gli attori coinvolti, dagli imprenditori, ai manager ai consulenti. Sempre più le imprese saranno chiamate ad adattare il loro modello di gestione a nuovi principi e con nuovi strumenti affinché l’organizzazione possa essere competitiva e durevole nel tempo. Questo significa non più una gestione improntata sul day-by-day, ma una gestione complessiva e sistemica presidiata a trecentosessanta gradi che sia in grado di governare in modo integrato e armonico le tre dimensioni della sostenibilità.

È da tener presente che nel panorama delle imprese italiane si può stimare che circa il 20% costituisce un’eccellenza, circa il 30% presenta dei rischi di varia natura, mentre il rimanente 50% sopravvive in una zona grigia, operando in una prospettiva di breve periodo. È proprio su queste imprese che è importante intervenire con tempestività convincendole, anche con strumenti di incentivazione, che operare in modo virtuoso è fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e, di conseguenza, anche per la tenuta economica e sociale del Paese.

Crescita che necessariamente deve essere anche crescita dimensionale, necessaria per raggiungere quel minimo di massa critica per affrontare l’innovazione e l’internazionalizzazione e competere in un mercato globale. Dobbiamo quindi aspettare una lunga gestazione perché avvenga un naturale cambio culturale nella gestione d’impresa, affinché siano rispettati i canoni ESG e essere così sostenibili?

Di quanto tempo hanno bisogno le imprese per un cambio di paradigma così impattante? Abbiamo ancora il tempo di aspettare, visti gli scenari e le sfide ambientali, sociali ed economiche che le imprese hanno davanti? C’è un modo per accelerare e favorire questo processo di cambiamento senza il quale le imprese, per complessità dei fenomeni, per dimensioni e per cultura, hanno difficoltà ad affrontarlo in modo endogeno?

La risposta a queste domande non è semplice, ma è positiva in quanto, sicuramente, c’è la possibilità di accelerare questo processo purché vi sia da parte delle imprese la disponibilità a mettersi in gioco, affrontando le dinamiche della gestione aziendale in modo complessivo e sistemico.

La spinta gentile 

La risposta viene da un altro premio Nobel per l’Economia (2017), Richard Thaler, che con la teoria della spinta gentile spiega come si possano “gentilmente” forzare le imprese, ma anche i cittadini, a operare virtuosamente. Anche se non ce ne rendiamo conto, questa spinta gentile sta già avvenendo per mezzo della normazione cogente (Leggi, Direttive e Regolamenti europei) e volontaria che sempre più sta indirizzando, direttamente e indirettamente, le imprese a operare secondo principi di gestione virtuosi e rigorosi, nella consapevolezza che non sarà più possibile una gestione basata solo sulla tattica del giorno per giorno con un facile accesso al credito. Le imprese che non si adegueranno a questo cambiamento, che sta avvenendo più velocemente di quanto si possa pensare, saranno sempre più marginali, con la prospettiva, non piacevole, di uscire dal mercato distruggendo potenziale valore.

I primi segnali di questa evoluzione stanno arrivando dal sistema creditizio, che sempre meno concederà finanziamenti alle imprese non virtuose. Su tali dati saranno valutate le imprese e assegnati precisi rating. Inoltre, le imprese saranno costrette a evolversi sotto la spinta gentile della normazione, della certificazione e della tecnologia verso una più moderna cultura della gestione, pena l’uscita di scena. Esse dovranno tenere conto non solo dell’implicita importanza del capitale umano, ma dovranno sempre più porre attenzione al capitale organizzativo, cioè all’insieme di procedure e assetti gestionali funzionali al raggiungimento dei propri obiettivi strategici in una logica di sistema. È questa la sfida da cogliere da parte delle imprese e da chi le governa. 

L’importanza dei fattori ESG per la sostenibilità è evidenziata inoltre dal fatto che molti analisti già utilizzano gli indicatori a essi associati per giudicare la qualità degli investimenti, in quanto è sempre più evidente il nesso tra performance ESG e risultati economico-finanziari.

L’importanza della Governance 

In questa evoluzione ricopre un ruolo fondamentale la “G” di governance in quanto, come già detto, pietra angolare per una gestione strategica, virtuosa quindi sostenibile. 

Da una parte il mercato (sistema del credito e investitori) avrà una crescente domanda di informazioni sulla sostenibilità dell’impresa e, dall’altra, l’impianto legislativo, sotto la spinta di Regolamenti e Direttive, costringerà le imprese a avere comportamenti sostenibili e trasparenti, mettendole sempre più davanti alla responsabilità delle proprie azioni.

Quindi non sarà, per quanto importante, l’etica di fare impresa a fare la differenza, ma la spinta gentile thaleriana di norme, leggi, certificazioni e filiere del valore.

Le imprese, infatti, per essere accettate come fornitori dovranno dimostrare ai propri clienti di operare secondo le logiche ESG. Senza dimenticare infine che l’attenzione ai temi della sostenibilità sta capovolgendo il paradigma anche nella selezione delle risorse umane; non più la selezione dei candidati di interesse da parte delle imprese, ma la selezione delle imprese da parte dei potenziali candidati che sempre più saranno attratti dalle imprese sostenibili rispetto a quelle che non lo sono.

Naturalmente, le imprese dovranno essere sostenibili anche sul piano economico e finanziario. Il D.Lgs. del 12 gennaio 2019, pubblicato sulla G.U. il 14 febbraio 2019 ed entrato in vigore il 15 luglio 2022, che ha introdotto il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, è la conseguenza di una Direttiva europea. Tale Decreto introduce un elemento di importante novità nella gestione delle imprese in quanto per la prima volta accende i riflettori sulla prevenzione dell’eventuale crisi e non più sulla dura cura post-fallimento. Il legislatore impone quindi alla Governance dell’impresa il dovere di istituire adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili per la conduzione della stessa. Anche questo Decreto può essere visto come un importante tassello sulla via della sostenibilità, intesa come capacità di creare valore duraturo nel tempo per tutti gli stakeholder.

Affrontare un tale cambiamento non è certamente facile per le imprese non strutturate e abituate a operare in una logica del giorno per giorno. Non è facile perché significa adottare in tempi stretti concetti moderni di management al fine di armonizzare la gestione, tenendo conto delle esigenze e delle interconnessioni delle varie articolazioni dell’impresa dove strategia, finanza, clienti, fornitori, motivazione dei dipendenti, qualità dell’organizzazione e via dicendo devono diventare un unicum armonico. 

Veridicità delle informazioni

Visto che di sostenibilità si parla molto, non bisogna trascurare come la si comunica e cosa si comunica (per esempio, per la dimensione ambientale della sostenibilità c’è sempre in agguato il cosiddetto rischio di greenwashing).

Per evitare questo pericolo, molto diffuso, il Parlamento europeo, lo scorso 28 novembre, ha approvato la Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) relativa alla comunicazione societaria sulla sostenibilità che introduce obblighi di comunicazioni trasparenti e dettagliate, in termini di impatti ambientali, diritti sociali e fattori di governance, alle grandi imprese e alle PMI quotate.

Anche se questo obbligo di trasparenza è per il momento riferito alle imprese quotate, è molto probabile che pian piano esso si diffonda all’interno della filiera del valore per cui le imprese, per poter fornire i propri prodotti o servizi alle società quotate, dovranno dimostrare a quest’ultime la propria sostenibilità attraverso indicatori tassonomici certificati. In breve, avverrà ciò che è avvenuto circa trenta anni fa con le norme ISO, dove per poter vendere i propri prodotti o servizi, bisognava dimostrare di operare secondo alcuni standard di qualità certificati. 

Conclusioni 

Come si può capire, ci sarà una sorta di effetto domino dovuto alla spinta gentile che inevitabilmente porterà il sistema delle imprese a dover fare un salto qualitativo complesso. Tutto questo, a coloro che sono abituati a gestire l’impresa con semplici modelli di business, come accade in molte PMI, può sembrare eccessivo ed è naturale che pensino che la sostenibilità sia un inutile e cervellotico orpello che complica la gestione d’impresa credendo, erroneamente, che tutto sarebbe più semplice e lineare se le imprese non fossero costrette ad operare in ottemperanza a astruse normative e burocratiche certificazioni. 

Questo modo di pensare, di agire e di gestire, fondamentalmente fermo alle teorie di Friedman degli anni ‘70, è uno dei principali vulnus nell’evoluzione delle imprese ed è su questo punto che la sostenibilità può incidere in modo profondo, contribuendo anche a cambiare la cultura di fare impresa. 

Ovviamente le imprese non vanno lasciate da sole in questo complicato percorso. Se si chiede loro un salto culturale per una gestione sistemica dell’impresa, un cambio culturale è necessario anche a livello delle Istituzioni e della Pubblica Amministrazione affinché si possa operare in una logica sistemica di Paese.Occorre pertanto creare delle condizioni per rafforzare le imprese, in particolare le PMI, per aiutarle a intraprendere un percorso di crescita sostenibile che coinvolga il capitale umano con la formazione e il capitale organizzativo come leva strategica. È quindi augurabile che si inneschi un circolo virtuoso dove la spinta gentile sproni le imprese ad agire in modo sostenibile e dove a loro volta le imprese, supportate anche dalle Istituzioni, diventino il motore della transizione verso la sostenibilità.

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