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La sostenibilita costo o investimento Perche il bilancio civilistico non basta

Le buone ragioni che si sentono ripetere incessantemente per convincere un’azienda ad intraprendere un percorso di sostenibilità sono fin troppo conosciute:

  • la normativa europea e nazionale, non meno del PNRR, spinge alla sostenibilità; 
  • le banche sono sempre più attente al tema e la sostenibilità diventerà il parametro di riferimento per tassi e accesso al credito;
  • le filiere hanno iniziato a stressare le imprese che ne fanno parte, con la richiesta di informazioni di natura nuova in campo ambientale e sociale e con la pretesa del rispetto di precise regole di comportamento in termini ESG;
  • soprattutto il mercato e i consumatori stanno sviluppando una sensibilità crescente alle modalità con cui un’azienda opera sul piano ESG e non solo alla qualità dei prodotti o ai loro prezzi. Se le aziende vogliono conquistare mercati nuovi o consolidare quelli in cui sono presenti, è indispensabile “essere in regola” sulla sostenibilità.

A queste se ne aggiungono altre:

  • è giusto occuparsi di sostenibilità, perché fa bene all’unica Terra che viviamo e alle future generazioni;
  • nelle aziende sostenibili si sta e si lavora meglio.

Si potrebbe continuare, ma vorrei affrontare il tema da un altro punto di vista, giungendo alle stesse conclusioni.

Siamo sicuri che per “valore” di un’azienda si debba tenere conto del solo bilancio ragionieristico?

Siamo sicuri che il “valore” dell’azienda risieda solo sulla capacità di generare flussi positivi di Patrimonio netto o di cassa? Facciamo alcuni esempi che dimostrano l’insufficienza di un simile approccio.

In un’azienda di produzione, i fattori che ne consente la sopravvivenza, semplificando non poco ed elencandoli non in ordine di importanza, sono i seguenti:

  1. la disponibilità di materie prime;
  2. le risorse umane;
  3. il know how racchiuso nelle sue procedure, nelle sue macchine, nelle sue esperienze più o meno protette con brevetti o diritti di privativa;
  4. la disponibilità di capitali.

Disponibilità di materie prime: il ruolo dell’economia circolare

Siamo stati abituati a pensare che, per acquisire materie prime, il problema fosse solo il prezzo: quando scarseggiavano, bastava pagare di più per averle. Oggi non è più così e dovremo tenere conto del fatto che certe materie prime non saranno più disponibili, non solo per motivi geo-politici (le guerre), ma anche perché oggettivamente in via di estinzione.

Dei 107 elementi della tabella periodica degli elementi, ve ne sono ben 44 la cui fornitura nei prossimi anni è a rischio: di questi 44, per 7 c’è il rischio che possano svanire, a causa del previsto aumento del loro consumo nei prossimi anni, mentre per altri 9 c’è il serio pericolo che, già al ritmo di consumo attuale, tra 100 anni non siano più disponibili sulla Terra.

Alcuni di questi elementi sono semisconosciuti al grande pubblico ma indio, lio, germanio ed arsenico per esempio, sono fondamentali per la produzione dei touch screen.

Chi ripenserà ai propri processi e ai propri prodotti in termini di economia circolare, per esempio progettandoli in vista di un ritiro futuro dopo che i clienti hanno smesso di usarli per recuperare, in tutto o in parte i suoi componenti, per nuovi prodotti o come elementi per nuovi processi, avrà una marcia in più e sarà capace meglio di altri di resistere a scarsità o crisi delle forniture.

Chi sarà in grado di dare nuova vita ai propri scarti o a quelli che finora sono i propri rifiuti non solo risparmierà per il loro smaltimento, ma avrà nuove fonti di guadagno da ciò che prima rappresentava solo un costo.

Prima o poi la capacità di innovazione in termini circolari avrà impatto sul conto economico, ma questo impatto non sarà in grado di rappresentare l’esatta misura della crescita di valore che l’azienda ha in termini di capacità di affrontare le sfide future.

Quando le persone fanno la differenza

Per quanto riguarda le risorse umane, il discorso è ancora più semplice.

Quasi 2,2 milioni di Italiani, nel 2022, hanno lasciato il “posto fisso” con una crescita del 13,8% rispetto all’anno precedente, e questo dato è superiore non solo rispetto all’anno precedente, ma anche agli anni pre-Covid. Le “tensioni” sul mondo del lavoro sono confermate dall’ultimo rapporto Censis sul mercato del lavoro, che ha rilevato che circa il 46,7% degli Italiani lascerebbe il suo posto di lavoro, se solo potesse, e ciò per tre fattori fondamentali: la difficoltà di fare carriera, gli stipendi troppo bassi e i contratti precari.

Questi sono tutti temi fortemente legati alla sostenibilità in termini sociali.

Il conto economico, nel caso di dimissioni di un lavoratore, non rileva nessun costo. Al più lo Stato patrimoniale vede il fondo TFR diminuire.

In realtà le dimissioni di un dipendente, soprattutto se è qualificato ed è un quadro, costituiscono una perdita secca e a volte molto grave in termini di valore, perché l’azienda perde tutta la formazione che gli ha fornito, tutta l’esperienza che aveva maturato, tutta la sua capacità di intervenire e migliorare i processi in cui era impiegato.

Spesso sostituire figure così non solo non è facile, ma provoca costi di ricerca e selezione che potrebbero non essere banali.

Il clima aziendale come acceleratore di crescita

Il bilancio tradizionale, poi, non misura la capacità di un’azienda di accrescere il proprio know how. Non ci si riferisce alla crescita dei costi per investimenti o R&D, ma alla capacità di mantenere nel tempo un proprio dinamismo, una propria capacità di innovazione e miglioramento, che rappresenta il “sale” delle imprese che vogliono avere un futuro.

Ma come può essere possibile in un’azienda nella quale le persone non sono a proprio agio, magari con ritmi che incidono anche sul tempo di non lavoro? In un’azienda dove il clima non è più che sereno e tutti hanno le migliori intenzioni di marciare nella stessa direzione per fare andare meglio le cose? Collocata in un territorio che le è indifferente o magari ostile per i disagi che la sua presenza provoca, nonostante i posti di lavoro che assicura e gli stipendi che paga.

Si pensi ad esempio alle acciaierie di Taranto. Può un bilancio “ragionieristico” misurare il clima aziendale, attribuendogli un valore da proiettare anche nel futuro o le reazioni di un territorio alla sua presenza?

Capitale di rischio e investimento sulla crescita

Infine, c’è il tema della disponibilità di capitale. Su quello di credito abbiamo già scritto, ma il tema centrale per il futuro sarà la disponibilità di capitale di rischio.

Tanto più complessa è l’economia del futuro da un punto di vista tecnologico, delle richieste dei mercati e della disponibilità di risorse, tanto più importante sarà la dimensione aziendale e quindi vantare una disponibilità di capitale di rischio per la crescita.

Dati incontrovertibili su serie storiche dimostrano che le aziende impegnate più o meno significativamente sulla sostenibilità sono quelle a minor rischio di fallimento e danno maggior sicurezza di profitto a chi vi investe.

Non sono i soli dati economico-finanziari ad attrarre gli investitori, ma le strategie delle aziende, il modo con cui pensano di affrontare il futuro non solo nel breve termine, la loro sostenibilità a 360 gradi.

È ormai nota la decisione del più grande fondo al mondo di investimenti – Black Rock – di puntare solo e soltanto su aziende impegnate in percorsi di sostenibilità.

Concludendo, la verità è che il bilancio tradizionale non misura la capacità dell’azienda di essere resiliente, di rispondere con immediatezza e flessibilità alle sollecitazioni positive o negative che vengono dall’ambiente esterno, di cogliere tutte le opportunità che si presentano, di modificare – anche profondamente – il proprio modello di business e la propria proposta di valore ogni volta che sia necessario.

Costi o investimenti?

Per tutte le imprese, la sfida del 2024 e degli anni a venire sarà la resilienza, di cui la “sostenibilità” è il passaggio necessario.

Per avviare percorsi di sostenibilità non sempre i fondi da mettere a disposizione sono banali, non solo per impianti e strutture per processi e prodotti nuovi o processati in modo differente, ma anche per beni immateriali come consulenze e formazione.

Tuttavia, è veramente difficile pensare di essere di fronte a dei costi e non a degli investimenti.

La sfida della sostenibilità è una sfida sul “valore che cresce nel tempo” e non su un risultato di un esercizio, esattamente come ogni investimento che sia tale.

La buona notizia è che questa tipologia di investimento non solo assicura business continuity e crescita, ma fa star meglio le persone che vi lavorano e tutti coloro che direttamente o indirettamente entrano in contatto con l’azienda.In altre parole, produce “bene comune”, rendendo l’azienda la vera nuova protagonista positiva di uno sviluppo diffuso e sostenibile.

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